La traduzione d’identità: Un’americana in Italia

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Quando sono arrivata in Italia per studiare all’estero, era l’inverno. Mi sono determinata che per quattro mesi avrei  migliorato la mia abilità con la lingua italiana, avrei imparato come vivere all’estero, e avrei assaggiato ogni offerto di cibo. Con cappotto viola addosso, ho iniziato una vita nuova così. 

In Italia ho abitato con una famiglia meravigliosa. Mi hanno chiamato “La Laura,” come dicono la gente della loro città. La madre, Samantha, ha fatto la venditrice di metalli riciclati e il padre, Stefano, ha fatto uomo d’affari finanziari. C’erano tre figli che hanno avuto undici, quattordici, e sedici anni. Tutti i ragazzi hanno usato soprannomi. La figlia maggiore, Margherita, si è chiamata “Maggie,” Ludovica si è chiamata “Vicky,” e Eduardo si è chiamato “Dodo.” Anche c’era un cane, Mely, il quale Samantha mi ha detto per scherzo è stato il figlio preferito.

Tutta la famiglia ha voluto parlare con me in inglese. Secondo me, era la loro ragione prima di tutto per ospitare una studentessa americana. Ero un’opportunità di provare a parlare inglese quotidiana. Andrebbe bene per loro, ma per me? Sapevo che ho voluto migliorare con la lingua italiana. Quindi, ho deciso sempre a rispondere in italiano ogni volta mi hanno parlato in inglese. È funzionato bene. Abbiamo provato usare le lingue secondarie per noi stessi, e insieme abbiamo creato un modo di capirci.

La mia vita italiana ha continuato. Ho iniziato a bere il caffè, ho iniziato a capire i treni italiani (primariamente che sono impossibili capire completamente perché non hanno senso), e ho imparato le regole non dette per comportarsi nelle città italiane. Stavo migliorando la mia abilità con la lingua, anche se nessun italiano ha pensato per un secondo che non sia stata una straniera. Quindi, cos’è stato il problema? 

Perché c’era un problema, non grande, ma un problema lo stesso. È stata la mia identità, e per due motivi. Il primo era una situazione linguistica. Ho deciso di parlare solo in italiano con la mia famiglia ospitante. Ma il problema era che non sapevo come rappresentarmi in italiano. Stavo creando un’identità nuova, un’identità che ho chiamato “La Laura,” perché veramente la versione inglese della “Laura” che ero per ventuno anni in America non aveva la capacità di tradurre se stessa. Non mi sono resa conto prima che la mia identità come “Laura” esisteva solo in inglese. 

In America, ogni giorno faccio e dico cose che hanno significati culturali. Sono cresciuta in America, e quindi capisco il testo qui. Capisco come voglio esprimermi e come usare la lingua inglese e a farlo senza un pensiero. Ma in Italia e’ stato tutto diverso. Non ho capito totalmente il testo italiano. Sicuramente lo stavo imparando, ma ho dovuto pensare tanto per decidere come esprimermi. Tante volte è sembrato di essere solo supposizione che ho usato per fare la decisione di come esprimermi. E questo…questo era sinceramente pauroso.

Il secondo motivo era una situazione personale. Stavo cambiando. Non solo perché stavo parlando in italiano, ma perché ogni giorno ho imparato come vivere in un posto così lontano dalla mia casa. Ho visto nuovi posti, ho fatto nuove cose, e ho deciso di cambiarmi. La versione di Laura che e’ arrivata in Italia con il cappotto viola non esisteva più.

Ogni giorno sono diventata più La Laura, perché ogni giorno ho dovuto creare nuovi modi per esprimermi in italiano. Questi nuovi decisioni di come ho parlato o come ho descritto le cose non mi hanno cambiato dopo una notte. Ma poco a poco, stavo cambiando. Ho pensato in inglese e in italiano, e quando ho parlato con la mia mamma, qualche volte e’ stato difficile ricordare le parole inglesi. La mia mente ha pensato in una versione di inglese e italiano insieme che ora non posso descrivere chiaramente. 

Ho affrontato un piccolo crisi d’identità. La versione di La Laura che stavo creando non è stata semplicemente una traduzione della Laura americana perché lei non esisteva più. La Laura stava diventando una nuova Laura a suo pieno diritto. Ovviamente, mi sono resa conto che si puo’ cambiare tanto durante la vita. Ma la mia esperienza di studiare all’estero mi ha mostrato che posso cambiare tanto e posso cambiare rapidamente, specificamente quando devo scoprire come “tradurmi” in un’altra lingua. Probabilmente non sono stata la prima persona di avere un’esperienza all’estero così, ma nessuno mi ha parlato di quello primo di andare. 

Quando sono partita dall’Italia per ritornare a casa, era la primavera. Lasciando il cappotto viola lì, ho iniziato una vita nuova, Laura e La Laura insieme. 

Identity in Translation: An American in Italy

When I came to Italy to study abroad, it was winter. For four months, I was determined that I would improve my ability with the Italian language, learn how to live abroad and eat all the food I was offered. With my purple winter coat on, I started my new life.

In Italy, I lived with a wonderful family. They called me “La Laura,” as people in their town say. The mother, Samantha, was a seller of recycled metals, and the father, Stefano, was a financial businessman. There were three children who were eleven, fourteen and sixteen years old. All the kids used nicknames. The eldest daughter, Margherita, was called “Maggie,” Ludovica was called “Vicky” and Eduardo was called “Dodo.” There was also a dog, Mely, who Samantha jokingly told me was her favorite child.

The whole family wanted to speak with me in English. In my opinion, it was their first and foremost reason for hosting an American student. I was an opportunity to try to speak English daily. It was a fine idea for them, but for me? I knew that I wanted to improve my Italian language skills. So, I always answered in Italian every time they spoke to me in English. It worked well. We each used our secondary languages, and together, we created a way of understanding each other.

My Italian life continued. I started drinking coffee, I started to understand Italian trains (primarily that they are impossible to understand completely because they don’t make sense) and I learned the unspoken rules for behaving in Italian cities. I was improving my language skills, although no Italian thought for a second that I wasn’t a foreigner. So what was the problem?

Because there was a problem, not a big one, but a problem anyway. It was my identity, and this was a problem for two reasons. The first was a linguistic situation. I decided to speak only in Italian with my host family. But the problem was that I didn’t know how to represent myself in Italian. I was creating a new identity, an identity I called “La Laura,” because the English version of the “Laura” that I was in America for twenty-one years really didn’t have the ability to translate itself. I didn’t realize before that my identity as “Laura” existed only in English.

In America, every day I do and say things that have cultural meanings. I grew up in America, and therefore I understand the script here. I understand how I want to express myself and how to use the English language and to do it without a thought. But in Italy it was all different. I didn’t totally understand the Italian script. I was certainly learning it, but I had to think hard to decide how to express myself. So many times it seemed to be just a guess that I used to make the decision of how to express myself. And this … this was genuinely scary.

The second reason was a personal situation. I was changing. Not only because I was speaking in Italian, but because every day I learned how to live in a place so far from my home. I saw new places, I did new things and I decided to change. The version of Laura who arrived in Italy with the purple winter coat no longer existed.

Every day I became more La Laura, because every day I had to create new ways to express myself in Italian. These new decisions about how I spoke or how I described things didn’t change me after one night. But gradually, I was changing. I thought in English and Italian, and when I spoke to my mom, sometimes it was difficult to remember the English words. My mind was functioning in an English and Italian language that I cannot clearly describe even now.

I faced a small identity crisis. The version of La Laura I was creating could not simply be a translation of the American Laura because she no longer existed. Laura was becoming a new Laura in her own right. Obviously, I realized that you can change a lot during your life, but my experience of studying abroad has shown me that I can change a lot and I can change quickly, specifically when I have to find out how to “translate” into another language. I probably wasn’t the first person to have an experience abroad like this, but nobody told me about it before I left.

When I left Italy to go home, it was spring. Leaving the purple winter coat there, I started a new life, Laura and La Laura together.

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